Descrizione blog


La scrittura è uno strumento di conoscenza.
Fa luce dentro di te e rende chiaro qualcosa che prima era oscuro.

venerdì 13 marzo 2026

L’ISOLA CHE C’È DI FILOMENA CARRELLA

 

L’ISOLA CHE C’È DI FILOMENA CARRELLA

 

Fin dal titolo che dà corpo all’immaginato, il libro di Filomena Carrella ci conduce in un luogo che è più di un luogo. È un approdo. Un approdo fisico e spirituale, Filicudi, minuscola per estensione ma sterminata per orizzonte, dove il mare non bagna soltanto la terra: la plasma, la rivela, la custodisce.

È qui che Pen e Zen, due fratellini segnati da una frattura affettiva troppo grande per la loro età, imparano nuovamente a respirare. L’isola li accoglie senza interrogare, come una madre silenziosa che non promette guarigioni ma offre spazi: spazi di vento, di luce, di silenzi che curano più di mille parole.
La loro estate non cancella il dolore, ma ne scioglie i nodi, restituendo ai bambini la possibilità di sentirsi di nuovo interi.

Eppure la vera rivelazione arriva con Bebelle, una foca monaca dal destino fragile, creatura liminale che appartiene sia all’acqua sia alla parola favolosa. Il suo apparire non è un artificio narrativo: è una chiamata.
Chiede ai bambini, e a noi, di riconsiderare il rapporto con la diversità, che spesso giudichiamo prima ancora di comprenderla. Bebelle è l’innocenza esposta, la vita che non ha strumenti per difendersi e che proprio per questo chiede responsabilità, dedizione, cura.

Attorno a lei il racconto si addensa e si amplia, trasformandosi in una riflessione sulla comunità: quella reale, fatta di persone che intervengono quando una creatura è in pericolo, e quella simbolica, che unisce esseri umani e animali in un unico respiro. L’isola, in questi momenti, rivela la sua natura più autentica: un luogo in cui la fragilità non viene respinta, ma accolta.

La scrittura della Carrella ha un tratto limpido, luminoso, come se ogni frase portasse con sé l’intenzione di proteggere ciò che narra. Nelle sue parole la luce non è semplice metafora: è presenza, insiste sulle cose, le attraversa, dà loro consistenza.

È la stessa luce che si ritrova nelle illustrazioni di Carmela Fasulo e nelle visioni di Alina Maslowski, capaci di restituire al lettore non solo l’immagine fisica dell’isola, ma il suo respiro interiore.

Nel racconto scorre un messaggio che non si impone, ma affiora con naturalezza: la cura è un atto etico.

Cura degli animali, della natura, delle relazioni, della parola stessa.
Perché ogni vita, umana o animale, merita di essere ascoltata.
E ogni gesto di gentilezza, per quanto piccolo, può cambiare una storia.

L’isola che c’è! diventa così un racconto di crescita e di rivelazione: non solo per Pen e Zen, ma per chi legge. È un invito a rallentare, a guardare ciò che ci circonda senza fretta, a riconoscere che la fragilità non è difetto, ma possibilità di incontro, crescita.

E soprattutto ricorda una verità semplice, che Carrella affida all’eco dell’isola:
donare amore non impoverisce, restituisce. Sempre.

Un libro per bambini, certo, ma anche per adulti che hanno dimenticato la via dell’incanto. Un approdo, appunto: di luce, di consapevolezza, di umanità.

Michela Buonagura

 

ADDO VERBUM – AGGIUNGO UNA PAROLA di ANGELA CERASO

 

ADDO VERBUM – AGGIUNGO UNA PAROLA

 

Addo Verbum – Aggiungo una parola racconta la storia di Laura, una ragazza che impara troppo presto il peso feroce delle parole quando diventano arma. A scuola, il suo corpo adolescenziale è esposto al giudizio spietato dei compagni: i commenti e le risatine, l’offesa esplicita e la derisione sottile, lo sguardo che giudica anche senza parlare, soprannomi intollerabili, scolpiscono sulla sua pelle il marchio della vergogna. Ogni suo gesto viene distorto e ridotto a motivo di scherno. E la violenza non si ferma alle parole, diventa persino aggressione fisica.

Il bullismo che subisce Laura, quindi, assume forme molteplici, è violenza quotidiana, e si sedimenta, trasformando la sua esistenza, rendendola sempre più fragile.

Per non cedere, per non lasciarsi schiacciare dalla sofferenza, Laura inventa un rito semplice e antico come il respiro: ogni giorno, una parola. La scrive sui social, la isola, la osserva. È la parola che l’ha ferita, l’insulto che le è rimasto addosso. È un modo per circoscrivere il male, per nominarlo e renderlo meno oscuro. In questo rituale c’è la sua resistenza: perché le parole ci trasformano nel bene e nel male, come afferma l’autrice.

Laura deve trovare la forza in se stessa, non può chiedere aiuto alla sua famiglia.  Vive con una zia amorevole ma stremata dalla fatica del quotidiano; la madre, reclusa e consumata poi da una malattia che non perdona, rimane per lei una ferita aperta. E anche questo, nel contesto in cui vive, diventa motivo di distanza: una ragazza con una madre in carcere è un facile bersaglio, una persona da cui molti si allontanano.

Laura vive ai margini, pur essendo circondata da persone, subisce in solitudine tutta questa cattiveria. Da soli tutto diventa più difficile, si sente il bisogno di un appiglio per non cadere. Il più delle volte basta un gesto gentile a cambiare il percorso di una vita, la presenza di qualcuno che ascolta può diventare un’ancora di salvezza.

Giulia, una compagna di classe, le porge una mano senza chiedere spiegazioni.

Da quell’incontro nasce la possibilità di entrare in un gruppo di volontariato che porta un po’ di luce ai bambini in ospedale. In quel luogo sospeso, Laura ritrova sguardi che non giudicano, voci che la chiamano per nome e non per come appare.

Fra queste nuove presenze c’è Tommy, un ragazzo che l’aveva soccorsa in un momento oscuro e che torna nella sua vita. Non pesa il suo passato, non misura la sua fragilità, non la costringe in nessuna forma. Con lui e con gli amici che lentamente si fanno casa, Laura scopre che reagire al bullismo non significa soltanto difendersi, ma anche riconoscere la propria dignità.

In filigrana scorre anche una riflessione più ampia sulla responsabilità sociale, sulla necessità di riconoscere le violenze invisibili che si consumano ogni giorno, in ogni scuola, in ogni gruppo di adolescenti. E, allo stesso tempo, sulla potenza dei gesti comunitari: la solidarietà, il volontariato, i luoghi in cui la fragilità non viene nascosta, ma accolta.

Addo Verbum – Aggiungo una parola diventa così un percorso di rinascita. un romanzo in cui la crescita personale si intreccia alla denuncia sociale; una storia che spinge a guardare alla vita degli adolescenti con maggiore attenzione, ricordando che dietro ogni ragazza e ogni ragazzo può nascondersi un mondo fragile in attesa di essere ascoltato. E che ogni parola, quella detta e quella taciuta, può contribuire a ferire o, finalmente, a guarire.

Michela Buonagura

 

giovedì 15 gennaio 2026

TANTA ANCORA VITA di VIOLA ARDONE

 


TANTA ANCORA VITA di Viola Ardone (Einaudi Stile Libero, 2025)

«Solo salvando un altro si salva anche sé stessi.»

Con “Tanta ancora vita”, Viola Ardone compie il passo più decisivo e coraggioso della sua traiettoria narrativa. L’autrice, che aveva già dato prova di una sensibilità unica nel narrare le ferite del passato e della marginalità (come ne Il treno dei bambini o Oliva Denaro), sceglie questa volta di misurarsi frontalmente con il presente. Non si tratta solo di ambientare una storia nel “qui e ora”, ma di affrontare un evento doloroso e ancora aperto, come la guerra in Ucraina, assumendosi il rischio e la responsabilità che questo comporta.

Il romanzo non è solo una storia da leggere, ma un vero e proprio imperativo emotivo, la dimostrazione di come la letteratura possa farsi atto di cura e resistenza umanistica contro la disumanizzazione e la semplificazione.

Viola Ardone scrive di chi resta ai margini della Storia. Di chi attraversa il tempo senza essere mai protagonista ufficiale. I suoi personaggi non fanno rumore, ma lasciano segni profondi.

Sono bambini, donne, esclusi, feriti.
E attraverso di loro l’autrice ci costringe a interrogarci su ciò che siamo diventati come società.

Dal dopoguerra raccontato ne Il treno dei bambini, alla violenza culturale subita da Oliva Denaro, fino alla follia istituzionalizzata di Grande meraviglia, Ardone ha sempre scelto una scrittura che non si rifugia nell’estetica, ma si assume il peso della realtà.

Con “Tanta ancora vita”, questo peso diventa presente. Diventa guerra. Diventa adesso.

Il romanzo comincia con una porta. Una porta che si apre su un bambino rannicchiato su uno zerbino. Si chiama Kostya, ha dieci anni, viene dall’Ucraina. Non parla italiano. Ma il suo corpo parla per lui: racconta la fuga, la paura, la separazione, il trauma di una guerra che gli ha sottratto l’infanzia. Kostya attraversa confini, soldati, notti senza adulti affidabili.

Nel suo zaino ha una fotografia, l’unica traccia di una madre mai conosciuta, e un indirizzo.
Il padre è al fronte. La madre è un’assenza. Arriva a Napoli, alla casa dove lavora la nonna Irina. Ma trova Vita.

Ed è in quel momento che la Storia, quella grande, feroce, entra nello spazio più intimo: una casa, una soglia, una vita già spezzata.

Strutturalmente, “Tanta ancora vita” si fonda su un raffinato dispositivo narrativo: la polifonia in prima persona. Tre “io” distinti si alternano capitolo dopo capitolo, componendo un coro narrativo che riflette la complessità del mondo descritto.

1. Kostya:

Il primo “io” è quello di Kostya, un bambino ucraino di dieci anni in fuga dalla guerra, un fuggitivo che si mette in viaggio seguendo le indicazioni del padre. Nello zaino, Kostya porta con sé solo l'essenziale: la foto di una madre mai conosciuta e un indirizzo. La sua voce è inevitabilmente più ingenua e frammentata, veicola la paura del bambino che affronta il viaggio da solo e non comprende la lingua. Egli non è un semplice motore narrativo, ma il “sincronizzatore” del tempo dell’amore: il suo arrivo inatteso e la sua vulnerabilità forzano un cambio di ritmo e di esistenza in chi lo accoglie. Il trauma che porta con sé è indicibile, e la narrazione gli restituisce un volto e un tempo, opponendosi alla tendenza mediatica a renderlo una figura astratta o un numero.

2. Irina:

La seconda voce è quella di Irina, la nonna di Kostya, che lavora come domestica a Napoli. Irina è una figura colta, che ha “letto Dante e parla italiano come un poeta del Duecento”. Il suo racconto è più concreto e pratico, ma non meno toccante, e racchiude la nostalgia di chi ha lasciato tutto e l’ansia di chi manda parte del suo stipendio per aiutare il figlio in Ucraina. Quando il padre di Kostya viene dato per disperso, il suo ritorno d’impulso nel Paese a cercarlo innesca il gesto definitivo di Vita, chiudendo il cerchio della solidarietà.

3. Vita:

La terza e forse più intensa voce è quella di Vita , la donna italiana che ospita Irina e, di conseguenza, Kostya. Vita è prigioniera di una guerra interiore: il lutto irrisolto per la perdita del figlio quattro anni prima e una depressione che la isola in un mondo claustrofobico. La sua è una “guerra silenziosa, interna, personale” , una “malattia che ti schiaccia, ti divora da dentro e prende il sopravvento”. L'autrice riesce a raccontare la depressione con una potenza inaudita, descrivendola come un’amante dispotica che monopolizza i pensieri. La voce di Vita è perciò la più introspettiva e sospesa.

Questa scelta formale, la prima persona alternata, non è un mero artificio, ma un dispositivo etico. Permette al lettore di entrare dentro ciascuna esistenza, senza che vi sia una voce onnisciente a giudicare, rendendo il lettore stesso partecipe e chiamato a ricomporre il senso attraversando emozioni e silenzi.

Il romanzo lavora sull’intersezione di due geografie e due conflitti, rendendoli affini e complementari.

Ardone non racconta la guerra con la cronaca o con scene di battaglia. La guerra è una presenza latente, un’ombra percepita attraverso chi fugge e chi resta. È vista con gli occhi di Kostya e Irina, che incarnano la ferita dell’esilio e della perdita.

L'autrice sceglie di affrontare un tema estremamente reale e presente nei telegiornali di tutti i giorni, ma lo fa attraverso la prospettiva umana, mostrando come il conflitto, al di là delle coordinate geopolitiche, agisca sempre nello stesso modo: disgregando famiglie e producendo esilio. In questo senso, il testo si pone in un dialogo silenzioso e profondo con altri conflitti contemporanei (come quello in Palestina), suggerendo che Ucraina e Palestina sono due nomi diversi di una stessa ferita globale. L’autrice restituisce centralità all’esperienza individuale e alla vulnerabilità, trasformando il racconto in un atto di responsabilità civile.

Se Kostya e Irina rappresentano la ferita esterna, Vita incarna quella interna, il dolore privato. La sua solitudine, segnata dal lutto, la isola in un mondo di tapparelle abbassate.

Il paradosso narrativo si compie quando l’arrivo del bambino, l’ospite inatteso, la costringe a tornare al ruolo di cura che credeva il destino le avesse negato per sempre. È un ritorno alla vita, in cui il dramma altrui diventa l’unica via d’uscita dal proprio. Il dolore, suggerisce il romanzo, non è competitivo: le ferite dialogano e si curano a vicenda.

La decisione finale di Vita di raggiungere Irina nel Paese in guerra non è solo un atto di aiuto verso l’amica, ma il suo unico modo per tentare di salvare sé stessa. È un gesto di auto-riparazione, che afferma la solidarietà come forma essenziale di sopravvivenza e cura per i mali dell’anima.

Lo spazio narrativo – la casa a Napoli – assume una forte valenza metaforica. L’Italia, in questa storia, non è solo luogo d’approdo ma un ponte simbolico tra “là” e “qui” , tra chi scappa e chi riceve. L’incontro tra queste due geografie è un incontro tra culture e ferite.

La casa napoletana è rifugio, confine, ma soprattutto luogo di negoziazione dove i confini tra chi aiuta e chi è aiutato si confondono. La dicotomia aiutante/aiutato si incrina, e il processo di accoglienza diventa una trasformazione reciproca. L’Italia, lungi dall’essere idealizzata come mero rifugio, è uno spazio fragile chiamato a interrogarsi sulle responsabilità collettive.

Lo stile di Ardone si conferma sobrio, controllato, anti-retorico. L’autrice lavora con frasi brevi e un lessico essenziale, dove “ogni parola pesa, ogni silenzio conta”. La sua scrittura è limpida ed evocativa, capace di dare forma e peso specifico a sentimenti complessi.

La modulazione linguistica in base al narratore (frammentata per Kostya, introspettiva per Vita, concreta per Irina) rafforza l’effetto di verosimiglianza e restituisce una profondità psicologica mai ostentata. Ardone riesce a far parlare i gesti, i piccoli momenti e gli sguardi, evitando ogni deriva pietistica.

Il passaggio dal passato al presente (già i precedenti romanzi guardavano al passato o a storie ambientate storicamente, mentre questo si focalizza su un evento contemporaneo) segna la volontà di Ardone di non limitarsi più a “ricordare” o “ricostruire,” ma di raccontare l’impatto diretto di eventi globali sulle nostre vite individuali.

“Tanta ancora vita” è un romanzo che tocca corde profonde: costringe il lettore a interrogarsi su cosa significhi accogliere e come ogni vita deve essere salvata. Afferma, con una forza discreta, che la letteratura può ancora essere un atto di resistenza umanistica contro l’indifferenza.

Tanta ancora vita è un romanzo di responsabilità.

Ci dice che la cura non è un sentimento astratto, ma un gesto quotidiano.
Che salvare l’altro non è eroismo, ma istinto di sopravvivenza.
Che, anche quando tutto sembra finito, la vita può ancora sorprendere.

Perché, come ci insegna Kostya con il suo italiano incerto,
finché esiste relazione,
finché esiste ascolto,
esiste sempre, ostinata, fragile, necessaria,

tanta ancora vita.

Leggere questo libro ci permette di incontrare una voce che crede nella parola come responsabilità civile, come gesto di cura, come possibilità di cambiamento.

Michela Buonagura

 

Ho presentato il libro "Tanta ancora vita" nella manifestazione "Un libro sotto l'albero" con Luigi Romolo Carrino, la rassegna letteraria giunta alla sua XI edizione, organizzata dall'assessora alla cultura dott.ssa Elvira Franzese.




giovedì 20 febbraio 2025

ANNA RICETTE DI FAMIGLIA di Vita Brugnone

 

Venerdì 31 gennaio 2025, presso il Circolo Tenente Tommaso Carbone di Vico, la presentazione del libro Anna ricette di famiglia dell’autrice Vita Maria Brugnone ha riscosso notevoli consensi.  Ho relazionato con l’autrice Brugnone sul libro di ricette di Anna Moreci, mamma di Vita Maria. Un libro di ricette regionali. Non è il solito libro di ricette, sono le ricette di Anna, la mamma di Vita, ereditate a sua volta, alcune, da sua madre. Ogni piatto racchiude non solo un insieme di ingredienti e procedimenti, ma una storia, un’emozione, un ricordo che si intreccia con la tradizione. Le ricette sono come piccoli frammenti di vita che, in un certo senso, sopravvivono alle generazioni, raccontando storie di mani che impastano, di cuori che si incontrano attorno a una tavola.



Vita ha raccontato che la mamma era molto brava a cucinare e l’idea di scrivere le ricette era venuta a sua nipote Elena dopo la dipartita di nonna Anna, avvenuta nel 20 aprile 2019. L’idea nacque da un dolore, per ricordarla, per metabolizzare l’assenza di una presenza preziosa ed indispensabile per la famiglia. La conversazione è continuata con interesse da parte della platea, attenta alle risposte emozionanti dell’autrice e le mie riflessioni.

Scrivere è servito anche a metabolizzare la perdita. Il libro è nato dalla necessità di raccogliere tutte queste storie che, altrimenti, sarebbero rimaste disperse nel tempo. È come se la cucina fosse stata il luogo dove la memoria si è custodita, ma non solo quella culinaria. La cucina è stata la via attraverso cui hai potuto rendere tangibile un legame che non volevi perdere. Scrivere è stato, quindi, un modo per affrontare, in maniera dolce, la perdita. Scrivere le ha permesso di onorare e rivivere le emozioni legate alla figura di sua madre. 

Alcuni stralci di lettura dal libro hanno messo in risalto quanto Anna Moreci fosse brava non solo a cucinare. Oltre ad essere una perfezionista, mamma, amministratrice della burocrazia familiare, moglie di Paolo, era una donna che raggiungeva risultati davvero ottimi in tutti i campi, ha ricordato Vita.







Le ricette non sono presentate seguendo l’ordine solito di un libro di ricette, ma seguono il flusso dei ricordi. Ogni piatto apre una porta verso un pezzo di vita vissuta, verso un’emozione che si svela lentamente, come se il cibo stesso diventasse la chiave di lettura di un’esperienza più grande. Credo che questa sia la novità preminente del libro, non è solo un manuale di cucina, ma un viaggio emotivo e sensoriale. Ogni piatto è legato a un’emozione. Non è solo la ricetta in sé, ma quello che rappresenta. In ogni ingrediente c’è una parte di Vita, della sua famiglia, del suo passato. Il libro si presenta proprio come un memoir, un viaggio che segue la memoria emotiva, si muove nel tempo interiore alla ricerca di un vissuto che ha fatto la storia della sua famiglia.


Una parte fondamentale di questo libro è dedicata ai rimedi della mamma, quei piccoli segreti che si tramandano da madre a figlia, che non sono scritti su nessun ricettario, ma sono parte integrante della cultura familiare. Sono quei rimedi semplici, ma straordinariamente efficaci, che aiutano a prendersi cura di sé, non solo in senso fisico, ma anche emotivo. 
Ho chiesto all'autrice: "Puoi raccontarci qualcosa di più sui Rimedi della Mamma e sul loro significato nella tua vita?

I rimedi della mamma hanno funzionato quasi sempre. Per ogni male aveva la sua ricetta. Ho bevuto tantissima acqua bollita con foglie di alloro che tenevamo sempre in casa, perché messe ad essiccare, con l’aggiunta di una buccia di limone. Il canarino, così si chiama questa bevanda al mio paese natio, zuccherato e ben caldo lo bevevo perché era il rimedio alla mia gastrite che mi provocava fortissimi mal di pancia.  E per il raffreddore e l’influenza premeva arance e faceva bollire il succo che ben caldo e senza zucchero bevevamo. Funziona ancora.”  




Il dialogo culturale è stato moderato dalla socia giornalista Adelina Mauro.
L’incontro si è concluso con la lettura dei pensieri dedicati alla signora Anna Moreci, mamma di Vita Maria e con le poesie di Enzo marito di Vita Maria, quella dedicata alla mamma e quella dedicata al padre. 


Un ricco buffet di dolci preparati dalle signore socie cuoche sopraffine: chiacchiere, torrone, torta di mele, torta agli amaretti, ricette siciliane, come arancini, gatoo, torta di mele annurche ha allietato la serata. Alcuni piatti della cucina nostrana e alcuni di quella siciliana, tutti arricchiti da una vivace chiacchierata sul confronto con tra cucina siciliana e quella napoletana, perché non solo Vita ama cucinare, ma anche tante socie del Circolo. 

Michela Buonagura


sabato 1 febbraio 2025

I DISOBBEDIENTI DEL MONDO NUOVO DI PATRIZIA RINALDI



In occasione della decima edizione di Un libro sotto l’albero, la rassegna culturale inaugurata e portata avanti dalla Vicesindaco dott.ssa Elvira Franzese, diretta da me e dallo scrittore Luigi Romolo Carrino, ho avuto il piacere di presentare Patrizia Rinaldi, e il suo ultimo lavoro, I disobbedienti del mondo nuovo.




Patrizia Rinaldi è laureata in Filosofia, vive e lavora a Napoli, dove da anni è impegnata nella formazione dei giovani attraverso laboratori di lettura e scrittura, in particolare nei quartieri più difficili, dove il suo impegno si intreccia con quello delle Associazioni Onlus che lavorano con i ragazzi “a rischio”. Ma la sua attività di scrittrice non si ferma qui: da anni, infatti, è anche parte del gruppo di autori che conducono il laboratorio di scrittura nell’Istituto Penale Minorile di Nisida, dove la sua passione per la letteratura diventa uno strumento di riscatto e di crescita per chi vive in situazioni di marginalità.

Patrizia è un’autrice pluripremiata: tra i suoi riconoscimenti più importanti c’è il Premio Andersen come Miglior Scrittore, il maggiore premio italiano per la letteratura per ragazzi.

I suoi libri sono stati pubblicati da alcune delle case editrici più prestigiose, tra cui Rizzoli, Edizioni E/O, Giunti, Lapis e Sinnos, e sono tradotti in numerose lingue, tra cui tedesco, ungherese, inglese, serbo e spagnolo.

Tra le sue opere di maggiore successo, ricordiamo i romanzi che hanno per protagonista Blanca, una poliziotta ipovedente. Dalle pagine di Blanca è stata una serie televisiva che ha riscosso un grande successo, sia su Rai 1 che su Netflix, e che ha portato la scrittura di Patrizia Rinaldi a un pubblico ancora più ampio.

La sua scrittura, che riesce a toccare temi profondi e universali, ha conquistato lettori di tutte le età, ma è soprattutto nel genere della letteratura per ragazzi che ha trovato la sua più grande espressione.

I disobbedienti del mondo nuovo. Un’opera che racconta una storia mozzafiato, offrendo anche una riflessione profonda sul presente.

Ambientato in un futuro distopico dominato da un’oligarchia di tiranni, questo romanzo ci immerge in una società dove l’isolamento è imposto come norma, cancellando ogni forma di connessione umana. In questo scenario, quattro giovani, segnati dalle cicatrici di un mondo che ha perso la sua umanità, si ribellano all'oppressione. Troveranno la forza di disobbedire e di intraprendere un viaggio in cerca di libertà, sfidando il sistema che li tiene prigionieri.

La solitudine è la condanna, la convivenza sociale un ricordo distante. I giovani vivono rinchiusi nelle loro stanze, simili a Hikikomori, seguendo le rigide regole imposte dal regime. Ma nonostante l'oscurità che li circonda, questi ragazzi coltivano la speranza e riscoprono la forza della solidarietà e del coraggio. Il loro viaggio, impossibile ma necessario, diventa l’unica via per non perdere la propria umanità.




Con la scrittrice hanno dialogato gli studenti delle scuole A. De Curtis e Vincenzo Russo.

Questo romanzo ci spinge a riflettere sul valore dell’umanità, sull’importanza della connessione e sul coraggio di cambiare il mondo, anche quando sembra che tutto sia fermo.

La scrittrice, con il suo stile coinvolgente, ci trascina in un’avventura carica di tensione, dove si affrontano temi cruciali come la libertà, il corpo, la resistenza, la diversità e la bellezza della vita. Tematiche che risuonano particolarmente oggi, quando le giovani generazioni si trovano sempre più spesso a lottare contro un senso di disconnessione e solitudine alimentato dalle tecnologie e dalla società.

Patrizia, che da anni lavora a stretto contatto con i giovani e con chi vive in situazioni di difficoltà, ha saputo dar vita a una storia che non è solo un romanzo di formazione, ma anche una riflessione forte e necessaria sul nostro presente. La sua esperienza nei contesti più difficili, con ragazzi che vivono realtà di marginalità, emerge con forza nel suo scritto, facendoci riflettere sull'importanza di non arrendersi mai, di cercare sempre la luce, anche nei luoghi più oscuri.


Michela Buonagura


















domenica 17 novembre 2024

CONTO I PASSI A VICO DI PALMA CAMPANIA (NA)

 

Sabato scorso 9 novembre 2024 a Vico di Palma presso il Circolo Tenente Tommaso Carbone, ho presentato il libro Conto i passi - Storie di Disamore. La sala, che si presta bene al salotto letterario, era piena di un pubblico attento, interessato per una tematica attuale, la violenza fisica e psicologica contro le donne.  


L’incontro è stato moderato da Adelina Mauro, che ha introdotto con grande sensibilità il mio lavoro e le tematiche trattate nel libro. Dopo i saluti iniziali e l’intervento di Elvira Franzese, Presidente del Consiglio Comunale di Palma Campania, che ha sottolineato l’importanza di educare ai valori affettivi, è stato il mio turno di raccontare qualcosa di più su di me, sul mio percorso di scrittura e sull’impegno sociale che accompagna ogni mio progetto.

 


Un momento molto significativo per me è stato il dialogo con Luigi Romolo Carrino, che ha curato la quarta di copertina del libro. Abbiamo parlato della potenza del mio lavoro, dell’impegno che c’è dietro ogni parola scritta, e di come il titolo *Conto i passi* sia nato dall’emozione suscitata dalla celebre installazione delle scarpe rosse dell’artista messicana Elina Chauvet, che denuncia il femminicidio e gli abusi sulle donne. È un'immagine che mi ha segnato, e che credo rifletta perfettamente la drammaticità delle storie che racconto nel mio libro. 

Luigi Romolo Carrino ha ricordato i tanti eventi che ho organizzato in vari paesi della Campania già prima della pubblicazione della raccolta di monologhi, poi mi ha chiesto:

Il titolo del libro si richiama a una lirica nata dall’emozione suscitata dall’installazione nel 2009 delle scarpe rosse dell’artista messicana Elina Chauvet per denunciare gli abusi sulle donne e il femminicidio. È una lirica che suscita forti emozioni, vorrei che tu la leggessi per noi” ha continuato Carrino.

E ho letto i miei versi in vernacolo, la lingua del cuore.  Sono stati letti anche diversi monologhi, che hanno suscitato forte commozione nel pubblico in sala. Forbici, Sono un uomo maltrattante, Io sono il figlio di, Il branco, per affrontare la violenza di genere a 360 gradi.


Carrino ha dialogato sugli argomenti più disparati, coinvolgendo il pubblico.

Il lettore trova in ogni singolo componimento una poetica ricorrente, in questa scrittura potente quanto disarmante, temi che ruotano intorno alla figura muliebre, figura femminile non intesa solo in ottica occidentale. Contro le discriminazioni di genere, difesa dei diritti delle donne, grido contro la violenza sulle donne, urlo he squarcia le nostre coscienze per storie di disamore, sottotitolo del testo, per denunciare quello che molto spesso viene sbandierato come bene, ma in realtà è possesso e narcisismo patologico, conseguenza di un patriarcato esercitato senza alcuna intenzione di revisione, di modificazione dei comportamenti ancestrali ereditati secolo dopo secolo. Le pagine di Buonagura raccontano di donne vessate, martirizzate, mogli, madri, figlie, di donne che hanno perso la vita, di bambine violate, ragazze tradite, ferite, ingenuamente fiduciose verso uomini che Silvia Plath definirebbe ominomuncoli (si è uccisa questa poetessa), ma anche di uomini che capiscono il loro errore e di altri che non lo capiranno mai.”

La dottoressa Elvira Franzese, Presidente del consiglio comunale di Palma Campania, ha sottolineato che l’evento ha importante levatura sociale e più volte è intervenuta nella serata con il suo pensiero facendo riferimento alla famiglia e alla scuola, evidenziando che bisogna educare all’affettività, dare senso ai valori. Un argomento che si è prestato a varie riflessioni.

Dove nasce questa tua vocazione? Perché di questo si tratta: di vocazione germinata dalla rabbia e dalla frustrazione di non poter fare altro che parlare e parlare, divulgare, con l'arma affilata della parola, disubbidendo al silenzio e all'omertà. E lo fai dal 2012.

Non è una vocazione, è impegno civile, è condurre una battaglia perché qualcosa cambi, come quando conducevo da ragazza le mie battaglie nelle manifestazioni per i diritti delle donne. Non c’è niente di eccezionale in questo, credo che tutti noi dovremmo combattere per un cambio di mentalità, nel quotidiano, in ogni luogo, come si faceva quando io ero giovane, se davvero vogliamo porre fine alle violenze. Una lotta che dovrebbe vederci impegnati tutti, donne e uomini.

La tua scrittura genera immediatamente empatia con i sentimenti che queste donne esprimono, attraverso il racconto delle loro esperienze, dentro differenti contesti, ma hai sentito l'esigenza di parlare anche di uomini, perché è quella mentalità che va cambiata.

Uomini e ragazzi come tanti, che conosciamo, eppure figli di una cultura patriarcale in cui la donna è un possesso, una proprietà, una mentalità maschilista che pur sopravvive giurassicamente nonostante i passi avanti fatti.

Nei tuoi racconti gli uomini si esprimono con un linguaggio teso ad affermare il loro status di maschio, attraverso il monologo e il flusso di coscienza.

A che punto siamo con questi uomini? Soprattutto, cosa dovrebbe fare un uomo quando prende coscienza del suo comportamento sbagliato?

Deve chiedere aiuto. Un uomo consapevole del suo comportamento sbagliato ha già compiuto un passo importante, va guidato nel rivolgersi a specialisti, psicoterapeuti. Vedi, in genere si parla solo delle vittime, dobbiamo occuparci anche dei carnefici, degli uomini maltrattanti, parlare dei centri di recupero per queste persone, ce ne sono, ma non se ne parla molto.

Michela, spesso si è colpevolizzata più la vittima che il carnefice. Credi che ancora oggi sia così o qualcosa è cambiato nella mentalità di chi è chiamato a giudicare questi eventi, magistratura, forze dell'ordine.

Vero, la colpevolizzazione della vittima o victim blaming è ancora molto diffuso all’interno della coppia, nel modo di pensare delle persone e prima anche negli interrogatori e nelle decisioni dei tribunali. La vittima poteva essere considerata colpevole perché aveva provocato o per il modo di vestire. Cose assurde. Per fortuna questo modo di pensare va scemando.

Un discorso che so ti sta molto a cuore riguarda i sopravvissuti, ovvero i figli della donna uccisa e del padre assassino.

I figli dei femminicidi sono orfani speciali, sono doppiamente orfani, hanno perso la madre uccisa dal padre, con il quale nella maggioranza dei casi non avranno più rapporti. Accade anche che abbiano assistito all’evento, subendo un trauma devastante che li accompagnerà per tutta la vita. Vanno protetti, seguiti, assistiti anche economicamente perché spesso sono affidati ai nonni che vivono di pensione, non sempre sufficiente per loro, figuriamoci per crescere bambini, adolescenti. Il femminicidio si allarga a tutti i componenti della famiglia della vittima, di questo poco si parla, io ho cercato di mettere in luce alcune di queste conseguenze in diversi monologhi.

Oggi si parla tantissimo dei femminicidi, non si corre il pericolo di spingere all’emulazione?

Dipende dai soggetti. Il rischio di emulazione si corre quando si riferiscono strategie omicidiarie, particolari, dettagli in cui una persona che vive la stessa situazione può identificarsi. Oggi si tende molto alla spettacolarizzazione, questo è certamente sbagliato, va evitata la narrazione minuziosa, quello che si potrebbe definire quasi compiacimento morboso per aumentare l’audience. Il diritto di cronaca, di divulgazione va preservato, se siamo giunti alle leggi in difesa delle vittime è proprio grazie alla divulgazione, ma le notizie vanno diffuse con responsabilità. Da grande insegnante qual è stata e qual è, Michela è attentissima a non spettacolarizzare, non ci sono esibizioni di crudeltà, Michela è delicatissima e tende soltanto a far generare consapevolezza del problema in sé, a creare una coscienza fatta di domande riguardo la violenza psicologica e quella fisica per poterle riconoscere e apre alla possibilità, alla fiducia di poter anche cambiare il proprio modo di intendere una relazione, di qualsiasi natura essa sia. Conto i passi dovrebbe essere adottato da tutte le scuole d'Italia, perché è da lì che si comincia a cambiare mentalità, di concerto con l'apporto familiare.

In un racconto dal titolo il Branco parli in prima persona, come insegnante, ti riferisci a un episodio realmente vissuto?

Sì, in questo monologo narro una vicenda capitata a una mia allieva, per la quale io sono stata convocata a testimoniare come prima persona a cui la ragazza aveva confidato la violenza subita. L’episodio risale a più di trent’anni fa, convocai la famiglia per metterla a corrente di quanto avevo saputo, poi accompagnai la ragazza in caserma a denunciare l’accaduto. Ricordo che il PM mi fece i complimenti per i rapporti che avevo stabilito con i miei ragazzi, è difficile che una ragazza vada a raccontare alla propria insegnante un episodio del genere, vuol dire che lei lavora molto bene con i suoi allievi mi disse.

 

Il sindaco Nello Donnarumma ha espresso elogi per l’impegno sociale e culturale, complimentandosi per aver scritto un libro così profondo con tanta delicatezza da poter essere letto da tutti. 




Nel corso della serata, ho anche avuto modo di riflettere con il pubblico sull’importanza di affrontare il tema degli uomini maltrattanti. Troppo spesso ci si concentra solo sulle vittime, ma per fermare la violenza è necessario che anche gli aggressori vengano aiutati a prendere coscienza del loro comportamento. Un uomo che riconosce di avere un problema deve essere supportato nel suo percorso di cambiamento, attraverso la psicoterapia e altre forme di recupero. È un aspetto che spesso viene trascurato, ma che io credo sia essenziale per spezzare il ciclo della violenza.

Abbiamo parlato anche della colpevolizzazione delle vittime, un fenomeno che purtroppo è ancora troppo radicato nella nostra società. Fino a non molto tempo fa, le donne che subivano violenze venivano spesso accusate di averle provocate. Anche oggi, in alcuni casi, la colpa viene attribuita alle vittime, magari per il loro modo di vestirsi o di comportarsi. Fortunatamente, vedo che questa mentalità sta cambiando, ma è un processo lungo e che richiede il contributo di tutti.

La serata si è conclusa con una riflessione che mi sta molto a cuore: il mio libro dovrebbe essere adottato nelle scuole. Perché è lì che deve cominciare il cambiamento. 

*Conto i passi* non è solo un libro che denuncia, ma uno strumento che può aiutare a sensibilizzare i più giovani, a farli riflettere su ciò che è giusto e su ciò che è sbagliato nelle relazioni. È fondamentale che la scuola, insieme alla famiglia, diventi un luogo di educazione al rispetto, all’uguaglianza e alla consapevolezza dei diritti.

Questa esperienza mi ha confermato quanto sia importante continuare a parlare di questi temi, a scrivere e a sensibilizzare. La violenza di genere è una piaga che può essere sradicata solo con un cambiamento profondo nella nostra società, e credo che ognuno di noi, nel proprio piccolo, abbia il dovere di contribuire a questo cambiamento.

                                                                                                        Michela Buonagura