Descrizione blog


La scrittura è uno strumento di conoscenza.
Fa luce dentro di te e rende chiaro qualcosa che prima era oscuro.

venerdì 12 settembre 2014

PIOGGIA

 
 
A goccia a goccia
batte il tempo che passa
la pioggia uggiosa.

dalla raccolta haiku - Danzo con l'Universo -

mercoledì 10 settembre 2014

DISTESA SULLA LUCE DELL'ALBA XXII



 

Impetuose  onde
spumeggianti
di artici pensieri
mi hanno incollata
alle lenzuola.
Stille di perla
sul corpo sfinito.

È in tempesta
il mio mare
alta è l’onda
e rumoreggia
più forte
di queste voci
che mi porta l’alba.

Su questo
duro scoglio
come mitile
provo ad attaccare
un nuovo sogno.


Michela Buonagura
dalla raccolta - Distesa sulla luce dell'Alba -

lunedì 8 settembre 2014

NON USARLO È COME DIRE DI MENO

Dicono in molti che in italiano il congiuntivo sta sparendo. Anche se così fosse, non dovremmo strapparci le vesti, perché ci sono lingue che senza il congiuntivo funzionano benissimo (vedi l’inglese). Ad ogni modo, ricerche assai documentate provano che il congiuntivo in italiano non sta affatto uscendo di scena. Certamente è in crisi nel registro informale-colloquiale. Lo si usa sempre di meno. Al suo posto troviamo l’indicativo. Soprattutto nelle proposizioni oggettive rette da verbi come «credere», «pensare», «ritenere», «sembrare» («credo che tu hai ragione» invece di «che tu abbia ragione»), nelle interrogative indirette come «non so se tu sei tornato a casa» invece di «non so se tu sia tornato a casa», e nel periodo ipotetico dell’irrealtà («se me lo dicevi, non ti sgridavo» invece di «se me lo avessi detto, non ti avrei sgridato»). Comunque stiano le cose, di sicuro l’indicativo è inadatto ad esprimere dubbi o desideri.
L’indicativo è il modo della certezza, dell’obiettività, il congiuntivo è il modo della soggettività: presenta i fatti come noi li desideriamo, li temiamo, li speriamo. È obbligatorio nelle esortazioni o inviti o comandi («nessuno parli! »), in una interrogazione dubbiosa («Che sia proprio lui? »), in una esclamazione («Sapessi che bello! »), è raccomandabile coi verbi che esprimono punti di vista, opinioni, giudizi, e volontà personali, stati d’animo, un’incertezza, o dubbio, timore, volontà, possibilità ecc. Torno a dire che frasi come «Penso che è lui», «Credo che tu hai torto», «Mi dispiace che Rodotà non ce l’ha fatta», «Spero che non fai come l’altra volta», «Voglio che me lo dici di persona» si possono benissimo usare in situazioni informali, chiacchierando; e sappiamo tutti che «non so se viene» è più colloquiale rispetto a «non so se venga». Ma quando scrivo, è certamente meglio non abbandonare il congiuntivo. Non vedo perché dobbiamo rinunciare alle molte finezze, alle innumerevoli sfumature che il congiuntivo ci offre. Esiste una differenza notevole tra «capisco che Giovanna è felice» e «capisco che Giovanna sia felice»: nel primo esempio si tratta di una constatazione evidente, nel secondo significa che mi rendo conto delle ragioni della felicità di Giovanna; esiste una notevole differenza tra «dicono che le elezioni sono in autunno» e «dicono che le elezioni siano in autunno»: nel primo caso si dà la cosa come sicura, nel secondo caso si dubita della notizia, non si è del tutto convinti che sia vera.
La scelta tra indicativo/congiuntivo non è affatto una scelta tra un modo più o meno elevato e raffinato. L’importante per chi parla o scrive è poter scegliere in base alle diverse situazioni comunicative. E per poter scegliere tra congiuntivo e indicativo occorre conoscerli entrambi, perché spesso chi non usa il congiuntivo non è che scelga l’indicativo, ma è l’indicativo che costringe il parlante a sceglierlo.
Se dunque l’indicativo indica certezza, e il congiuntivo ci dà invece la possibilità di esprimere meglio un nostro giudizio, una nostra ipotesi, un nostro dubbio, un nostro pensiero, non si vede perché si debba rinunciare al congiuntivo, dal momento che significa rinunciare a un mezzo che coglie intense sfumature. Non usarlo significa (forse) semplificare, ma certamente significa dire di meno.

Gian Luigi Beccaria


venerdì 5 settembre 2014

VIAGGIO IN ITALIA J. W. GOETHE - NAPOLI-

 Franz Richard Unterberger, Napoli Veduta di Posillipo

Oggi mi son dato alla pazza gioia, dedicando tutto il mio tempo a queste incomparabili bellezze. Si ha un bel dire, raccontare, dipingere; ma esse sono al disopra di ogni descrizione. La spiaggia, il golfo, le insenature del mare, il Vesuvio, la città, i sobborghi, i castelli, le ville! Questa sera ci siamo recati alla Grotta di Posillipo, nel momento in cui il sole, passa con i suoi raggi alla parte opposta. Ho perdonato a tutti quelli che perdono la testa per questa città e mi sono ricordato con tenerezza di mio padre, che aveva conservato un'impressione incancellabile proprio degli oggetti da me visti oggi per la prima volta.

Johann Wolfgang Goethe, da: Viaggio in Italia, A Napoli nel 1787

giovedì 4 settembre 2014

COSÌ IO VORREI LA POESIA





Così io vorrei la poesia:
fremente di luce, aspra di terra,
rumoreggiante di acque e di vento.

Eugénio de Andrade