Donne che corrono coi lupi – Clarissa Pinkola Estés
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La scrittura è uno strumento di conoscenza.
Fa luce dentro di te e rende chiaro qualcosa che prima era oscuro.
giovedì 13 marzo 2014
venerdì 28 febbraio 2014
VIAGGI
giovedì 20 febbraio 2014
IL PALLONARO: UN ROMANZO DI COMING OUT
Il Pallonaro è un romanzo denuncia o un romanzo di coming out, se tale definizione fosse possibile.
Protagonista è Diego, come il campione osannato, nome imposto dal padre perché era nato il 10 maggio 1987, la sera in cui il Napoli vinceva il suo primo scudetto e come Maradona porta il numero dieci sulla maglietta.
L’attaccante napoletano Diego Di Martino a ventidue anni ha realizzato il sogno della sua vita: gioca il suo primo campionato di calcio in serie A. È omosessuale, ma ha timore di dichiarare questo suo modo di essere, perché potrebbe essere pericoloso per la sua carriera. I fans perdonano tutto fuorché essere gay.
La droga si perdona. Tradire la moglie si perdona. Picchiare un compagno, un fotografo si perdona. Abbandonare in un ospizio la madre si perdona andare a mignotte si perdona. Pagare ragazzine per farsi succhiare l'uccello nelle ville fuori Milano si perdona. Il saluto fascista in campo si perdona. Guidare senza patente, perché te l'hanno ritirata e causare un incidente riducendo un ragazzino di 13 anni in fin di vita, si perdona. Fare sesso con una transessuale si perdona. In realtà tutto il sesso si perdona. Si perdona, si risolve e si perdona qualsiasi cosa nel calcio tranne una: l'amore tra due uomini, soprattutto se calciatori della massima divisione, che non si perdona. È la tenerezza che non si perdona. È l'amore storto che somiglia paro paro all'amore dritto che non si perdona: la somiglianza alla sedicente normalità, in questi casi, non ci perdona mai. (pag. 192)
Diego pagherà cara questa sua diversità, come pure Stefano Baldini, con cui stabilisce una relazione d’amore. Saranno picchiati a sangue dai capi della tifoseria non solo perché sono gay, ma perché vivono il loro amore senza i prudenti sotterfugi che gli vengono suggeriti o comandati.
Sono stanchi di doversi nascondere e di ubbidire alle richieste del procuratore e di Marisa, la rete segreta che accoglie i calciatori gay e bisessuali, li aiuta a coprire la loro vera natura, affinché si mantenga salda l’idea del machismo dei calciatori, perché, come dice lo stesso Carrino nell'introduzione, i gay nel calcio “semplicemente non esistono”. Il tappeto verde, gli spogliatoi sono il massimo dell’esibizione della maschità, dove si rivelano le misure falliche, da sempre considerate la sua espressione, come se l’essere gay contenesse anche le accezioni di scarsamente dotato o impotente.
Il romanzo mette a nudo una realtà nota negli ambienti sportivi, ma che non va detta. Non per il sesso, ma per il sentimento che può nutrire un maschio per un altro maschio. Tra Diego e Stefano nasce una passione che non riescono a nascondere, espressa con i gesti di tutti gli innamorati, gesti inaccettabile in quanto rivelatori di una realtà che non è possibile nel mondo del calcio, lo sport più amato del mondo.
Ma Diego e Stefano non ci stanno e fanno coming out con la squadra e la famiglia, anche se per Stefano la situazione è diversa, in quanto i suoi già sanno.
Nonostante le descrizioni accurate degli schemi tattici del gioco, che possono annoiare chi non lo conosce, la varietà del registro linguistico, con le sue sfumature napoletane, modi di dire del lessico quotidiano e informale, caratterizzante i vari personaggi facendoli persone, incolla alla pagina fino alla fine.
È un romanzo di rottura il Pallonaro, un invito ai pallonari di non essere pallonari, di non essere ciò che il pubblico vuole, ma a vivere liberamente fuori dai pregiudizi.
Michela Buonagura
Titolo: Il Pallonaro.
Autore: Luigi Romolo Carrino.
Genere: Narrativa contemporanea; Narrativa
sportiva.
Editore: GoWare.
Prezzo: euro 4,99 (e-Book); euro 9,34 (copertina
flessibile)
lunedì 27 gennaio 2014
COME RICORDANO I BAMBINI DELLA SHOAH
Per il sopravvissuto, la memoria cronologica era l'ancora alla quale aggrapparsi con tutte le proprie forze. Scrivere sull'Olocausto opere di fantasia è stato considerato, e lo è tuttora, qualcosa di inadeguato alla gravità dell'argomento. Si sente spesso dire: con l'Olocausto non si gioca con le parole o le forme, ma si raccontano le cose così come andarono, nel modo più preciso possibile. In questo ambito, l'introduzione di un elemento qualsiasi di creatività, che esuli dal ricordo in senso stretto, è proibito. Non è un caso che la maggior parte di ciò che si è scritto sull'Olocausto rientri nell'ambito della storia. Psicologia e teologia vi occupano una parte soltanto minima. È vero, sull'argomento si è scritta moltissima letteratura sensazionalistica e opere letterarie che contengano la verità sono rare.
possibile, un orrore che non meritava una valutazione spirituale, ma soltanto una maledizione. Per evitare malintesi, aggiungo subito che la letteratura della testimonianza è indubbiamente l'autentica letteratura dell'Olocausto. È una riserva immensa di cronologia ebraica.
ma soltanto quella porzione che erano in grado di assorbire. I bambini sono privi del senso del tempo che passa, del confronto con il passato. Mentre il sopravvissuto adulto parlava di com'era la sua vita prima della guerra, per i bambini l'Olocausto era il presente, era la loro infanzia, la loro giovinezza. Non conoscevano altra infanzia, né la felicità. Crebbero nel terrore. Non conobbero altra vita. Mentre gli adulti poterono estraniarsi da loro stessi e dai loro ricordi, reprimerli e costruirsi una nuova vita al posto di quella precedente, i bambini non avevano avuto una vita precedente oppure, se anche l'avevano avuta, ormai gliel'avevano cancellata. L'Olocausto era il latte nero, come disse Paul Celan, che succhiavano al mattino, a mezzogiorno, a sera.
Per i bambini sopravvissuti, la guerra era la vita. Non sapevano parlare dell'Olocausto in termini storici, teologici o morali. Potevano parlare soltanto di paura, di fame, di colori, di celle, di persone che erano state buone con loro o di persone che li avevano maltrattati. L'intensità della loro testimonianza sta tutta nel loro orizzonte limitato. Non stupisce che la loro testimonianza sia stata respinta dai sopravvissuti adulti. Era considerata da questi ultimi una fantasia, una distorsione, qualcosa che riduceva la gravità dell'argomento. E oggi che si diffonde la negazione dell'Olocausto, si sente spesso dire: rimuovete la fantasia dalle testimonianze sull'Olocausto. Dovreste attenervi sempre più ai fatti.
Parlo del destino dei bambini perché è da loro che, col passare del tempo, sono emerse espressioni artistiche. È strano dirlo così, ma lo si deve dire. Era necessaria una forma di relazione semplice, diretta, non mediata con quegli spaventosi eventi per poter parlare di loro in termini artistici. Nessuna sublimazione, nessuna scusa, e nemmeno glorificazione, ma soltanto il modo che ha una persona qualunque di parlare degli eventi della propria vita, per quanto terribili possano essere, ma in ogni caso sempre vita.
La storia della persecuzione antiebraica attuata dal fascismo tra il 1938 e il 1945 ci è ormai ben nota, ma raramente ci si è soffermati a riflettere su cosa abbiano significato quei tragici sette anni per i bambini italiani. Per i bambini «ariani», cresciuti nell'educazione al razzismo e alla guerra, e, soprattutto, per i bambini ebrei, allontanati da scuola, testimoni impotenti della progressiva emarginazione sociale e lavorativa dei genitori, quando non della distruzione e dell'eliminazione fisica della propria famiglia. Da questa prospettiva - peculiare, e tuttavia indispensabile per comprendere l'essenza di una persecuzione razziale, dunque fondata propriamente sulla nascita - la storia che abbiamo alle spalle assume nuovi significati e stratificazioni. Il regime fascista iniziò ad attuare la discriminazione proprio dal mondo della scuola, e i bambini ebrei - prima espulsi, poi separati, esclusi ed infine internati - furono vittime tra le vittime. Una parte di essi fu poi deportata, gli altri dovettero fuggire e nascondersi per molti mesi. Bruno Maida ne ripercorre la storia attraverso i progressivi stadi della persecuzione, attento a cogliere non solo lo sguardo che l'infanzia ebbe di fronte al turbinio dei fatti, ma la portata politica di una ferita impossibile da sanare, se non, forse, in un profondo tentativo di comprensione. Sapientemente in bilico tra due registri - narrativo e storiografico - il libro si colloca in un filone d'indagine che vede crescere a livello internazionale l'interesse verso la storia dell'infanzia nel Novecento.
RACCONTARE LA SHOAH
Le illustrazioni dei borsisti di Fabrica in mostra a Sarno fino al 27 gennaio.
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Carmen, I bambini della Shoah
Fabrica
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Diiorio, I bambini della Shoah
Fabrica
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Fabbro, I bambini della Shoah
Fabrica
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Irina, I bambini della Shoah
Fabrica
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Montanari, I bambini della Shoah
Fabrica
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Sam, I bambini della Shoah
Fabrica
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Kulachek, I bambini della Shoah
Fabrica
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