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La scrittura è uno strumento di conoscenza.
Fa luce dentro di te e rende chiaro qualcosa che prima era oscuro.
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venerdì 22 novembre 2019

CONTO I PASSI-STORIE DI DISAMORE

Nelle sue storie di dis-amore Michela Buonagura dà voce alla sofferenza di donne violate, che reclamano la vita interrotta e le riporta, come una sacerdotessa, dal buio alla luce. Per questo ricorre alla tecnica del monologo, che risponde in modo efficace allo scopo, funzionale all’indagine introspettiva adottata. Il monologo, infatti, pone al centro della narrazione la complessa dinamica della vita psichica del personaggio, di cui uno scrittore interpreta le percezioni sensoriali, in una sorta di autoanalisi continuata. Utilizzato nelle più importanti opere letterarie del Novecento, richiede una forma di espressività tra le più complesse. Scriverlo non è da tutti. Lo stile esige una competenza che più di altre forme di scrittura narrativa deve coinvolgere emotivamente il lettore, trasformandolo da fruitore in agente del messaggio. I testi di Michela Buonagura sortiscono tale effetto. I personaggi, sfregiati dalla violenza e annullati nella morte, irrompono sulla scena, chiedono al lettore-spettatore pietas e lo trascinano al pathos. Talmente forti sono le storie dis-velate che la stessa autrice, a tratti, ne prende le distanze e indossa la maschera dell’ironia, con forzature grammaticali e lessicali, per non esserne straziata. Il punto di vista è del protagonista-narratore, la prospettiva ristretta e parziale.

Rosaria è bella, ma l’avete vista? Ma avete visto che capelli? Lunghi e neri, di seta, fisico alla Belen, ma la farfalla no, non avevo voluto che se la facesse tatuare proprio lì, in mezzo alle cosce. Quando me l’ha chiesto, per essere proprio chiaro, le ho mollato uno schiaffo sulla faccia; le ho lasciato il segno delle mie belle cinque dita e le è uscito il sangue dal naso. Così non se lo dimenticava. La voglio bella, truccata, sexy, ma solo per me. Quante volte gliel’ho ripetuto, ma non lo vuole proprio capire, gliel’ho pure scritto, in un biglietto con il regalo per il suo compleanno: -Tu sei mia, solo mia- 

 

 Il protagonista racconta una tranche de vie, proponendo la sua versione dei fatti. La scrittrice si eclissa e lascia al lettore l’incombenza di ricostruire gli aspetti più irrazionali e inquietanti dell’intera storia. Il ricorso alla prima persona lascia libero campo al lettore di riflettere, di orientarsi autonomamente nell’analisi, di indignarsi o di commuoversi, di vivere liberamente le proprie emozioni.  

 

Freddo. Sento un freddo cane. Non sento più il mio corpo. Mio non più mio, no. Provo ad allungare le gambe, le stringo e le alzo fino alla pancia, posizione fetale la chiamano, forse vorrei ritornare ad essere un feto libero e fluttuante nel liquido amniotico. Felice nella mia culla d’acqua, al caldo. L’erba è diventata ghiaccia. Non sento nessuna voce, nessun rumore, sono sola. 

 

Le vicende parlano da sole, gridano dolore, palesano un silenzio agghiacciante, quel silenzio paralizzante della paura e della ritorsione, dettato dalla condizione di soggezione, che si instaura tra vittima e carnefice. Il silenzio è un mostro sfuggente, difficile da combattere. Contro questo silenzio si levano le voci delle vittime protagoniste delle storie, affinché siano applicate leggi severe e si diffonda una nuova cultura, a regolare i rapporti uomo-donna, fondati sulla dignità e il rispetto reciproco. Per chi conosce Michela, sa con quale tenacia denuncia tali problematiche con attività di impegno sociale. I suoi monologhi sono testimonianze di una realtà violenta che quotidianamente riempie le pagine di cronaca e che noi leggiamo con orrore, ma impotenti e incapaci di dare un minimo contributo individuale, chiusi nel nostro particulare. Perciò un ringraziamento a nome di tutte le donne a Michela Buonagura, che ci invita alla lettura di queste storie ir-reali, ma estremamente vere.

 

Livia De Pietro (critica letteraria)

Il libro Conto i passi - Storie di disamore di Michela Buonagura è reperibile sulla piattaforma Amazon. https://www.amazon.it/dp/B0BM3NMMZG

 

 

 

 


 


mercoledì 22 ottobre 2014

FORTUNA




FORTUNA

Son volata giù come l’aeroplano di Mattia, ma non avevo le ali e ho fatto Buum. Io gli ho creduto a zio Lorenzo quando mi ha detto Vieni, proviamo come vola Wonder Woman, io poi ti seguo, lo sai sono Superman. Ma non ha funzionato, e zio Lorenzo non ha fatto Superman, ci avrà ripensato.
La voce di mamma mi cercava Fortuna! Fortuna! Ma dove ti sei cacciata?
Che nome, Fortuna. Forse mamma mi ha dato questo nome per togliersi il pensiero, mi ha augurato tanta fortuna appena sono nata, voleva che diventassi principessa. Tu sei la mia principessa!
Per carnevale mi comprò pure il vestito con tanti nastri e la corona, mi fece le foto il babbo, e le facevano vedere a tutti, Vedete vedete la nostra principessa. Zio Lorenzo mi diede un bacio sulla guancia e mi accarezzò, disse che ero bellissima.
Ma principessa fui solo quel giorno.
Il giorno dopo, quando tornai a scuola e mi si ruppe la scarpa mentre correvo perché avevo fatto tardi, babbo disse Fortuna, dobbiamo aspettare la fine del mese.
Le scarpe non si devono rompere a metà mese, alla fine, quando arriva la paga. Così, ho strofinato il piede fino alla fine del mese per non far vedere a quelle smorfiose delle mie amiche che avevo la scarpa rotta.
Alla fine del mese però c’era la luce da pagare, si chiama bolletta, come quella che gioca mio cugino al bar sotto casa. Babbo ha detto Fortuna le scarpe le compriamo a fine mese. Mi son messa a piangere. Il piede già mi faceva tanto male a furia di trascinarlo, dovevo trascinarlo ancora un mese?
Meno male che zio Lorenzo, che viene tutte le sere a casa per darmi la buonanotte, ha sentito, e me le ha volute regalare lui. Babbo e mamma erano felici, io no. Io non ero felice perché già lo so che quando mi fa un regalo vuole sempre qualcosa. Mi dai un bacino? Mi fai vedere le mutandine nuove che ti ho comprato al mercato? Ora che mi comprerà le scarpe vorrà vedere i piedi. Che bei piedini che hai!
Mamma dice che zio Lorenzo è un tesoro, perché viene tutti i pomeriggi a farmi compagnia quando lei è al lavoro. Lui non è proprio zio, E un bacino a zio Lorenzo non lo dai? Lui dice che è zio e io lo devo chiamare così, dice mamma per educazione.
Io sono educata e quando zio Lorenzo mi ha fatto quella cosa e mi ha detto di non dirlo io ho ubbidito, dice mamma che bisogna ubbidire ai grandi.
Non le ho detto neanche che mi ero fatta male, e quando mi son messa a piangere zio Lorenzo mi ha comprato il gelato, al bar sotto casa. Mi ha anche lavata perché ero sporca e mi ha messo il pigiamino e mi ha fatta mettere a letto. Quando è tornata mamma io ho fatto finta di dormire, ma l’ho sentita quando ha detto Come farei senza di te Lorenzo? Ti dovevi sposare, saresti stato un padre perfetto.
Mia mamma non capisce proprio niente, ha detto zio che quando sarò grande sposerà me. Ma io non lo voglio, è vecchio, io voglio sposare Luca, il mio compagno di banco.
Sto gridando da ore e mamma neanche mi sente. Ha acceso la tele, sta guardando La prova del cuoco, con quella presentatrice che mangia sempre e poi dice che ingrassa.
Ma ti vuoi affacciare? Sono qui nel cortile, non mi vedi? Fa tanto caldo.
 
 (liberamente ispirato all’Irrealtà)
 
 Michela Buonagura
@diritti riservati