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sabato 11 aprile 2020

SOMMA VESUVIANA, ROTARY CLUB: LEGALITÀ E DIRITTI UMANI

 


Somma Vesuviana, 12 Aprile – “Il rispetto della persona con l’educazione ai valori e ai sentimenti come contrasto alla violenza e alla violazione dei diritti umani” è la tematica del Concorso Nazionale del Distretto Rotary Roma Lazio,  e Sardegna a cui hanno aderito le ventidue scuole di Napoli e provincia,  per la celebrazione del settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

La mattinata del 6 aprile è stata ricca di partecipazione ed entusiasmo: 400 studenti degli istituti secondari di primo e secondo grado, delle Università, docenti, relatori si sono ritrovati tutti al Teatro Summarte di Somma Vesuviana (NA) per disputare di Legalità e diritti umani: la persona connessa alla dignità umana.

I migliori elaborati selezionati, come da bando di concorso, di 7 studenti delle scuole dell’area vesuviana sono stati premiati a Roma alla presenza di Abdelaziz Essid, Premio Nobel per la Pace.

L’evento della settimana scorsa organizzato dal   Rotary  Club  di Ottaviano, fiero del risultato, ha visto la luce di tutti i lavori eseguiti dagli studenti che hanno partecipato al concorso. Gli esponenti delle istituzioni hanno potuto ammirare elaborati, fotografie, manifesti, video.

Dopo gli onori alle bandiere e i saluti istituzionali del sindaco di Somma Vesuviana, di Ottaviano e del Presidente della Commissione Anticamorra, si è dato inizio alla manifestazione.

L’architetto Nunzia Ragosta, Referente Legalità del Rotary Club di Ottaviano, ha evidenziato la necessità di sollecitare una cultura dell’etica, una sensibilità che allontani da comportamenti illegali.

Carmine Mocerino, Presidente della Commissione Anticamorra della Regione Campania, ha dichiarato che “i nostri territori attraverso produzioni cinematografiche importanti sono stati narrati in negativo. Si raccontano giustamente fatti e misfatti realmente accaduti però c’è anche un’altra Napoli e c’è un’altra Campania che vanno raccontate e sostenute”.

Il sindaco di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno, ha evidenziato la presenza nel nostro territorio di famiglie indigenti che non possono essere abbandonate a se stesse.

“Rispettare i diritti di tutti è fondamentale – ha affermato Fatima Fatou Diako, Presidente di HamefOnlus che ha trattato il tema dell’”Accoglienza,  solidarietà e integrazione culturale – soprattutto nei confronti di chi è costretto a scappare dalla propria terra. L’Africa soffre ed è sfruttata. Non possiamo parlare di diritti senza riconoscere la persona. Noi non siamo in Italia per dare fastidio o per divertimento”. 

Interessante l’intervento della dott.ssa Gemma Tuccillo, Capo Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del Ministero di Grazia e Giustizia, sulla necessità del dialogo in una società distratta sui mezzi di comunicazione.

Michela Buonagura, scrittrice, da sempre impegnata in attività a favore delle donne, ha letto un commovente monologo, “E volevo cambiarla la mia vita”, tratto dal suo libro “Conto i passi, storie di disamore”, contro la violenza di genere.

Lucia Stefanelli, scrittrice, ha argomentato sull’impegno civico, con la relazione “Dall’individuo alla persona, un percorso di responsabilità civile.

L’evento si è concluso con i ringraziamenti agli allievi partecipanti, ai docenti e ai Dirigenti scolastici.

I relatori hanno ricevuto un quadro scultura dell’artista G. Saetta.

                                                                                 



 

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venerdì 24 gennaio 2020

CONTO I PASSI. STORIE DI DISAMORE

 

Sono ventinove i monologhi, le storie di disamore, che Michela Buonagura mette in scena in Conto i passi (2019), il suo terzo libro, dopo due raccolte poetiche. Sono quasi tutte voci di donne, vittime della violenza di uomini brutali, o di testimoni che raccolgono le voci di altre donne, come l’insegnante che si china in ascolto sulla drammatica esperienza della sua alunna. Ma anche alcune voci di uomini, colpevoli ma spesso ostinatamente e ottusamente inconsapevoli della gravità dei loro atti che una subcultura complice aiuta a considerare, in fondo, “normali”: se una donna non si sottomette – alla volontà dell’uomo, ai cliché una volta ma spesso ancora oggi imperanti –, ebbene, sa cosa rischia. Infatti, l’uomo maltrattante di un monologo – prima di redimersi, perché, sì, almeno lui si pente evitando di compiere gesti ancora più gravi, e si reca in un centro antiviolenza – si diceva: “Alzare la voce? Normale. Fare di tutto per averla vinta su tutto e farla sentire inferiore? Normale. Strattonarla? Normale” (p. 78). E, una volta redento, osserva: “Ora che voi mi ci fate pensare, ora che vedo le cose in un altro modo, mi rendo conto che pensavo solo a me, a quello che poteva accadere a me e accusavo lei di tutto. LEI aveva colpa del mio arresto, non IO per le mie azioni” (pp. 76-77).

Ebbene, questi atti e questa mentalità, Michela denuncia, perché purtroppo la denuncia è ancora indispensabile di fronte alla cronaca che riporta sempre e di nuovo tali misfatti. E alle donne che li subiscono bisogna dare voce.

I casi che la scrittrice riporta – pur con la consueta avvertenza che “ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale” – sono quelli nei quali la cronaca ci fa imbattere continuamente. La differenza, rispetto al resoconto giornalistico, è che la scrittura di Michela parla dall’interno, va a scavare nelle pieghe della mente e dei corpi di vittime e carnefici, ne riproduce il linguaggio fino all’uso del napoletano, lingua della sua terra. Scrive efficacemente Livia De Pietro nella Prefazione al volume: “Il monologo, infatti, pone al centro della narrazione la complessa dinamica della vita psichica del personaggio, di cui uno scrittore interpreta le percezioni sensoriali, in una sorta di autoanalisi continuata. [...] Scriverlo non è da tutti. Lo stile esige una competenza che più di altre forme di narrativa deve coinvolgere emotivamente il lettore, trasformandolo da fruitore in agente del messaggio” (p. 8).

Ecco allora la galleria di questi orrori domestici, di questa “banalità del male” (banalità perché il male spesso è praticato da persone apparentemente normali): la ragazzina irretita dalla rete, il padre di famiglia che uccide la ragazza da cui è ossessionato, il marito che uccide per gelosia, la bambina costretta a prostituirsi, il ragazzo che scopre che è stato il padre ad uccidere la madre, la violenza a opera del branco. Brutalità che si concludono spesso con l'assassinio della vittima, o nel momento del folle accecamento o per togliere di mezzo una scomoda testimone che possa far mettere in discussione una vita (apparentemente) specchiata. E spesso queste voci giungono da oltre la soglia che separa vita e morte: è proprio a chi non ha più voce, perché fisicamente eliminata, che Michela spesso dà (la sua) voce, proprio a coloro che hanno più bisogno di gridare al mondo ciò che hanno subito: “Sono volata giù come l’aeroplano di Mattia, ma non avevo le ali e ho fatto Boom. Io gli ho creduto a zio Lorenzo quando mi diceva Vieni, proviamo come vola Wonder Woman, io poi ti seguo, lo sai, sono Superman. Ma non ha funzionato, e zio Lorenzo non ha fatto Superman, ci avrà ripensato. La voce di mamma mi cercava. Fortuna! Fortuna! Ma dove ti sei cacciata? […] Sto gridando da ore e mamma neanche mi sente. […] Ma ti vuoi affacciare? Sono qui nel cortile, non mi vedi? Fa tanto caldo” (pp. 22-25) .

E più strazianti sono allora queste testimonianze quando ormai irrimediabile è la sorte della vittima.  E più straniante diventa la scrittura – scarna, spezzata, sincopata, tagliente – con la quale si dà loro voce. Come nel penultimo monologo, intitolato Il corpo, una vera fenomenologia della violenza, una stenografia straziante dell’aggressione subita e letteralmente patita nella quale le parti del corpo vengono personificate divenendo esse stesse i personaggi della tragedia rappresentata: “Vedo crack rosso di Mascella che si spacca. Vado in panico. Non capisco, perché un minuto prima Bocca, tenera, stava dicendo Cosa vuoi per cena? Un grumo di dolore s’attacca al Trigemino, Testa si catapulta su Clavicola destra, Capelli sbattono su Viso, Cuore pulsa impazzito. Mano si fa uovo per Mascella sfatta, corre da Occhio che grida liquido al pugno che lo colpisce” (p. 131).  Ma se tutta questa è una faccenda fisica, corporea appunto, essa non può non coinvolgere lo spirito tutto. E non a caso il testo che segue, l’ultimo, s’intitola Anima (p. 139), ed è ancora più teso e spezzato. Per darne un’idea lo riportiamo con gli a-capo originari e senza i segni di interpunzione (così come si dispiega sulla pagina), sottolineando che, dal punto di vista contenutistico, esso rappresenta una reazione vitale dopo i resoconti di ferite e morte:

 

E sono donna e uomo

Cammino scalza su chiodi arrugginiti su schegge di vetro

I piedi serrati in scarpe che stringono e mordono senza tregua su questi fogli bianchi con passi di fuoco

E mi torco e grido

E taccio

Dilaniata mi ricucio

Calpestata mi rialzo e ergo

Più forte risorgo

E non voglio abituarmi al dolore

[…]

 

Se da un lato questa scrittura è mimetica, calandosi nel linguaggio e nell'immaginario delle persone-personaggi delle storie raccontate, dall’altro, nonostante questo o proprio per questo, ha un alto tasso letterario, misurata e precisa come un bisturi che scava nelle ferite. Sembrano, questi monologhi, dei piccoli poemi in prosa che diventano direttamente poesia come nell’ultimo monologo, o nella vera e propria poesia posta in apertura e, in napoletano, in chiusura, da cui l’autrice ricava il titolo stesso del libro. Alto tasso letterario anche per il fatto che ogni monologo è aperto da citazioni in esergo che vanno da Nabokov a Shakespeare ad Alda Merini passando per John Lennon e Yoko Ono: un viaggio quindi nelle vite delle persone ma anche nella letteratura di tutti i tempi che la vita – il dolore, le speranze – ha cercato di dire.

Nei suoi monologhi, Michela getta, con pietas, uno sguardo in queste – letteralmente – “vite perse” contandone appunto i passi. Uno dopo l’altro. E facendoli seguire al lettore che diventa spettatore partecipe.

Enzo Rega

 

https://www.larecherche.it/testo.asp?Id=1210&Tabella=Recensioni

 

 

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giovedì 5 dicembre 2019

CONTO I PASSI: VENTINOVE STORIE DI DISAMORE DI MICHELA BUONAGURA

 


Il volume Conto i passi, che ha per sottotitolo Storie di disamore di Michela Buonagura, docente dell’ I.S.I.S. “Rosmini” di Palma Campania, presentato in occasione della Giornata contro la violenza di genere, presenta vari motivi di interesse, che testimoniano anche l’impegno sociale dell’autrice, che per le sue storie si è ispirata a fatti di cronaca, elaborati in forma narrativa. Ma, prima di entrare nello spazio della scrittura, soffermiamoci sulle soglie del testo e in particolare sulla copertina, che di per sé sintetizza ed esprime l’essenza delle varie storie raccontate. Su uno sfondo rosso una figura di donna in primo piano occupa l’intero campo visivo: capelli viola, volto completamente bianco in cui mancano occhi naso orecchie, tranne le labbra rosse; bianchi anche il collo e il petto. Colori scelti per le sensazioni e i sentimenti che trasmettono al lettore, che può costruire attraverso di essi il suo orizzonte di attesa. Il non colore bianco del corpo femminile ha un che di fantasmatico, implica assenza, silenzio, interiorità che non esplode in superficie, segno di una donna senza identità. I capelli viola rinviano ad un sovrasenso allusivo. Il colore viola, infatti, per la freddezza del suo timbro emozionale e il movimento centripeto che lo caratterizza, esprime un restringimento della vita psichica e viene associato al dolore della separazione e all’irrimediabilità della perdita. Il rosso implica oscillazione tra polarità negativa e positiva: da una parte la passione, la violenza, il sangue, dall’altra uno spiccato grado di energia e la tensione feconda verso il rinnovamento. Non a caso l’unica parte raffigurata nel volto, come detto, sono le labbra che possono aprirsi, esprimere un pensiero, gridare un dolore, che possa giungere a un destinatario disponibile all’ascolto. Segni che hanno anche una funzione metaletteraria, ad indicare l’ “intentio” della scrittrice, che materializza parole sulla pagina per dare un volto alle donne invisibili e restituire la parola a chi rimane muta di fronte alla violenza, per portare alla luce un fenomeno che spesso si preferisce dimenticare. Storie di disamore L’autrice scrive ventinove storie di “disamore”, proiettandosi volta per volta nel personaggio che racconta in prima persona; non solo donne, che subiscono violenza, ma anche uomini che usano violenza, figli che ne scontano le conseguenze. Si alternano così, come personaggi che su una scena teatrale raccontano il loro dramma rivolgendosi al pubblico, la giovane donna uccisa dal marito per gelosia, la ragazza abusata dal mostro di famiglia, la giovane attratta e sedotta dalla “rete”, la bambina venduta per prostituirsi, l’ “onesto padre di famiglia” che uccide la ragazza da cui è ossessionato, il figlio traumatizzato dalla scoperta che la madre è stata uccisa dal padre, la studentessa violentata dal branco… Storie di vite umiliate, spezzate, infrante, che disturbano il lettore, gli penetrano dentro fino a procurargli una reazione di disagio psicofisico, da rielaborare e su cui riflettere per filtrare il dato emotivo attraverso la freddezza della riflessione. Segni di stile Il linguaggio è essenziale e fluido e i vari monologhi si liberano dalla gabbia della pagina scritta per trasformarsi in una voce, variamente modulata, ora sommessa ora urlata ora amaramente ironica ora riflessiva, che colpisce il corpo del lettore. Prevale la tecnica dello “straniamento”, che risulta in questo caso particolarmente efficace. Si rappresenta ciò che è normale come se fosse strano e ciò che è strano come normale: che è una conseguenza della differenza tra gli opposti punti di vista delle voci delle donne, nei cui sentimenti autentici si riconosce l’autrice, e dei maschi, che quei sentimenti li interpreta in senso rovesciato. Molti i monologhi cui si può fare riferimento. Un esempio per tutti, Era consenziente, dove l’io maschile narrante nella sua deposizione al giudice, rievocando la violenza in macchina, dice: “ Lei mi lasciava fare. Non ha detto nulla, sì, ora che ricordo, diceva no no, ma è come se non dicesse nulla. Lo sa, no, che quando una ragazza dice no è sì ? E’ la prassi, Dicono no per dire sì”. Agghiacciante. 

 

Pasquale Gerardo Santella

 

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