L’ISOLA CHE C’È DI FILOMENA
CARRELLA
Fin dal titolo che dà corpo
all’immaginato, il libro di Filomena Carrella ci conduce in un luogo che è più
di un luogo. È un approdo. Un approdo fisico e spirituale, Filicudi, minuscola
per estensione ma sterminata per orizzonte, dove il mare non bagna soltanto la
terra: la plasma, la rivela, la custodisce.
È qui che Pen e Zen, due
fratellini segnati da una frattura affettiva troppo grande per la loro età,
imparano nuovamente a respirare. L’isola li accoglie senza interrogare, come
una madre silenziosa che non promette guarigioni ma offre spazi: spazi di
vento, di luce, di silenzi che curano più di mille parole.
La loro estate non cancella il dolore, ma ne scioglie i nodi, restituendo ai
bambini la possibilità di sentirsi di nuovo interi.
Eppure la vera rivelazione
arriva con Bebelle, una foca monaca dal destino fragile, creatura liminale che
appartiene sia all’acqua sia alla parola favolosa. Il suo apparire non è un
artificio narrativo: è una chiamata.
Chiede ai bambini, e a noi, di riconsiderare il rapporto con la diversità, che
spesso giudichiamo prima ancora di comprenderla. Bebelle è l’innocenza esposta,
la vita che non ha strumenti per difendersi e che proprio per questo chiede
responsabilità, dedizione, cura.
Attorno a lei il racconto si
addensa e si amplia, trasformandosi in una riflessione sulla comunità: quella
reale, fatta di persone che intervengono quando una creatura è in pericolo, e
quella simbolica, che unisce esseri umani e animali in un unico respiro.
L’isola, in questi momenti, rivela la sua natura più autentica: un luogo in cui
la fragilità non viene respinta, ma accolta.
La scrittura della Carrella ha
un tratto limpido, luminoso, come se ogni frase portasse con sé l’intenzione di
proteggere ciò che narra. Nelle sue parole la luce non è semplice metafora: è
presenza, insiste sulle cose, le attraversa, dà loro consistenza.
È la stessa luce che si
ritrova nelle illustrazioni di Carmela Fasulo e nelle visioni di Alina
Maslowski, capaci di restituire al lettore non solo l’immagine fisica
dell’isola, ma il suo respiro interiore.
Nel racconto scorre un
messaggio che non si impone, ma affiora con naturalezza: la cura è un atto
etico.
Cura degli animali, della
natura, delle relazioni, della parola stessa.
Perché ogni vita, umana o animale, merita di essere ascoltata.
E ogni gesto di gentilezza, per quanto piccolo, può cambiare una storia.
L’isola che c’è!
diventa così un racconto di crescita e di rivelazione: non solo per Pen e Zen,
ma per chi legge. È un invito a rallentare, a guardare ciò che ci circonda
senza fretta, a riconoscere che la fragilità non è difetto, ma possibilità di
incontro, crescita.
E soprattutto ricorda una
verità semplice, che Carrella affida all’eco dell’isola:
donare amore non impoverisce, restituisce. Sempre.
Un libro per bambini, certo,
ma anche per adulti che hanno dimenticato la via dell’incanto. Un approdo,
appunto: di luce, di consapevolezza, di umanità.
Michela Buonagura