TANTA ANCORA VITA di Viola Ardone
(Einaudi Stile Libero, 2025)
«Solo salvando un altro si salva anche sé stessi.»
Con “Tanta ancora vita”, Viola
Ardone compie il passo più decisivo e coraggioso della sua traiettoria
narrativa. L’autrice, che aveva già dato prova di una sensibilità unica nel
narrare le ferite del passato e della marginalità (come ne Il treno dei
bambini o Oliva Denaro), sceglie questa volta di misurarsi
frontalmente con il presente. Non si tratta solo di ambientare una storia nel “qui
e ora”, ma di affrontare un evento doloroso e ancora aperto, come la guerra in
Ucraina, assumendosi il rischio e la responsabilità che questo comporta.
Il romanzo non è solo una storia da
leggere, ma un vero e proprio imperativo emotivo, la dimostrazione di come la
letteratura possa farsi atto di cura e resistenza umanistica contro la
disumanizzazione e la semplificazione.
Viola
Ardone scrive di chi resta ai margini della Storia. Di chi attraversa il tempo
senza essere mai protagonista ufficiale. I suoi personaggi non fanno rumore, ma
lasciano segni profondi.
Sono bambini, donne,
esclusi, feriti.
E attraverso di loro l’autrice ci costringe a interrogarci su ciò che siamo
diventati come società.
Dal
dopoguerra raccontato ne Il treno dei bambini, alla violenza culturale
subita da Oliva Denaro, fino alla follia istituzionalizzata di Grande
meraviglia, Ardone ha sempre scelto una scrittura che non si rifugia
nell’estetica, ma si assume il peso della realtà.
Con “Tanta ancora vita”,
questo peso diventa presente. Diventa guerra. Diventa adesso.
Il
romanzo comincia con una porta. Una porta che si apre su un bambino
rannicchiato su uno zerbino. Si chiama Kostya, ha dieci anni, viene
dall’Ucraina. Non parla italiano. Ma il suo corpo parla per lui: racconta la
fuga, la paura, la separazione, il trauma di una guerra che gli ha sottratto
l’infanzia. Kostya attraversa confini, soldati, notti senza adulti affidabili.
Nel
suo zaino ha una fotografia, l’unica traccia di una madre mai conosciuta, e un
indirizzo.
Il padre è al fronte. La madre è un’assenza. Arriva a Napoli, alla casa dove
lavora la nonna Irina. Ma trova Vita.
Ed
è in quel momento che la Storia, quella grande, feroce, entra nello spazio più
intimo: una casa, una soglia, una vita già spezzata.
Strutturalmente, “Tanta ancora vita”
si fonda su un raffinato dispositivo narrativo: la polifonia in prima persona.
Tre “io” distinti si alternano capitolo dopo capitolo, componendo un coro
narrativo che riflette la complessità del mondo descritto.
1. Kostya:
Il primo “io” è quello di Kostya,
un bambino ucraino di dieci anni in fuga dalla guerra, un fuggitivo che si
mette in viaggio seguendo le indicazioni del padre. Nello zaino, Kostya porta
con sé solo l'essenziale: la foto di una madre mai conosciuta e un indirizzo.
La sua voce è inevitabilmente più ingenua e frammentata, veicola la paura del
bambino che affronta il viaggio da solo e non comprende la lingua. Egli non è
un semplice motore narrativo, ma il “sincronizzatore” del tempo dell’amore: il
suo arrivo inatteso e la sua vulnerabilità forzano un cambio di ritmo e di
esistenza in chi lo accoglie. Il trauma che porta con sé è indicibile, e la
narrazione gli restituisce un volto e un tempo, opponendosi alla tendenza
mediatica a renderlo una figura astratta o un numero.
2. Irina:
La seconda voce è quella di Irina,
la nonna di Kostya, che lavora come domestica a Napoli. Irina è una figura
colta, che ha “letto Dante e parla italiano come un poeta del Duecento”. Il suo
racconto è più concreto e pratico, ma non meno toccante, e racchiude la
nostalgia di chi ha lasciato tutto e l’ansia di chi manda parte del suo
stipendio per aiutare il figlio in Ucraina. Quando il padre di Kostya viene
dato per disperso, il suo ritorno d’impulso nel Paese a cercarlo innesca il
gesto definitivo di Vita, chiudendo il cerchio della solidarietà.
3. Vita:
La terza e forse più intensa voce è
quella di Vita , la donna italiana che ospita Irina e, di conseguenza, Kostya.
Vita è prigioniera di una guerra interiore: il lutto irrisolto per la perdita
del figlio quattro anni prima e una depressione che la isola in un mondo
claustrofobico. La sua è una “guerra silenziosa, interna, personale” , una “malattia
che ti schiaccia, ti divora da dentro e prende il sopravvento”. L'autrice
riesce a raccontare la depressione con una potenza inaudita, descrivendola come
un’amante dispotica che monopolizza i pensieri. La voce di Vita è perciò la più
introspettiva e sospesa.
Questa scelta formale, la prima
persona alternata, non è un mero artificio, ma un dispositivo etico. Permette
al lettore di entrare dentro ciascuna esistenza, senza che vi sia una voce
onnisciente a giudicare, rendendo il lettore stesso partecipe e chiamato a
ricomporre il senso attraversando emozioni e silenzi.
Il romanzo lavora sull’intersezione
di due geografie e due conflitti, rendendoli affini e complementari.
Ardone non racconta la guerra con
la cronaca o con scene di battaglia. La guerra è una presenza latente, un’ombra
percepita attraverso chi fugge e chi resta. È vista con gli occhi di Kostya e
Irina, che incarnano la ferita dell’esilio e della perdita.
L'autrice sceglie di affrontare un
tema estremamente reale e presente nei telegiornali di tutti i giorni, ma lo fa
attraverso la prospettiva umana, mostrando come il conflitto, al di là delle
coordinate geopolitiche, agisca sempre nello stesso modo: disgregando famiglie
e producendo esilio. In questo senso, il testo si pone in un dialogo silenzioso
e profondo con altri conflitti contemporanei (come quello in Palestina),
suggerendo che Ucraina e Palestina sono due nomi diversi di una stessa ferita
globale. L’autrice restituisce centralità all’esperienza individuale e alla
vulnerabilità, trasformando il racconto in un atto di responsabilità civile.
Se Kostya e Irina rappresentano la
ferita esterna, Vita incarna quella interna, il dolore privato. La sua
solitudine, segnata dal lutto, la isola in un mondo di tapparelle abbassate.
Il paradosso narrativo si compie
quando l’arrivo del bambino, l’ospite inatteso, la costringe a tornare al ruolo
di cura che credeva il destino le avesse negato per sempre. È un ritorno alla
vita, in cui il dramma altrui diventa l’unica via d’uscita dal proprio. Il
dolore, suggerisce il romanzo, non è competitivo: le ferite dialogano e si
curano a vicenda.
La decisione finale di Vita di
raggiungere Irina nel Paese in guerra non è solo un atto di aiuto verso l’amica,
ma il suo unico modo per tentare di salvare sé stessa. È un gesto di
auto-riparazione, che afferma la solidarietà come forma essenziale di
sopravvivenza e cura per i mali dell’anima.
Lo spazio narrativo – la casa a
Napoli – assume una forte valenza metaforica. L’Italia, in questa storia, non è
solo luogo d’approdo ma un ponte simbolico tra “là” e “qui” , tra chi scappa e
chi riceve. L’incontro tra queste due geografie è un incontro tra culture e
ferite.
La casa napoletana è rifugio,
confine, ma soprattutto luogo di negoziazione dove i confini tra chi aiuta e
chi è aiutato si confondono. La dicotomia aiutante/aiutato si incrina, e il
processo di accoglienza diventa una trasformazione reciproca. L’Italia, lungi
dall’essere idealizzata come mero rifugio, è uno spazio fragile chiamato a
interrogarsi sulle responsabilità collettive.
Lo stile di Ardone si conferma
sobrio, controllato, anti-retorico. L’autrice lavora con frasi brevi e un
lessico essenziale, dove “ogni parola pesa, ogni silenzio conta”. La sua
scrittura è limpida ed evocativa, capace di dare forma e peso specifico a
sentimenti complessi.
La modulazione linguistica in base
al narratore (frammentata per Kostya, introspettiva per Vita, concreta per
Irina) rafforza l’effetto di verosimiglianza e restituisce una profondità
psicologica mai ostentata. Ardone riesce a far parlare i gesti, i piccoli
momenti e gli sguardi, evitando ogni deriva pietistica.
Il passaggio dal passato al
presente (già i precedenti romanzi guardavano al passato o a storie ambientate
storicamente, mentre questo si focalizza su un evento contemporaneo) segna la
volontà di Ardone di non limitarsi più a “ricordare” o “ricostruire,” ma di
raccontare l’impatto diretto di eventi globali sulle nostre vite individuali.
“Tanta ancora vita” è un romanzo
che tocca corde profonde: costringe il lettore a interrogarsi su cosa
significhi accogliere e come ogni vita deve essere salvata. Afferma, con una
forza discreta, che la letteratura può ancora essere un atto di resistenza
umanistica contro l’indifferenza.
Tanta ancora vita è
un romanzo di responsabilità.
Ci dice che la cura non è
un sentimento astratto, ma un gesto quotidiano.
Che salvare l’altro non è eroismo, ma istinto di sopravvivenza.
Che, anche quando tutto sembra finito, la vita può ancora sorprendere.
Perché, come ci insegna
Kostya con il suo italiano incerto,
finché esiste relazione,
finché esiste ascolto,
esiste sempre, ostinata, fragile, necessaria,
tanta ancora vita.
Leggere
questo libro ci permette di incontrare una voce che crede nella parola come responsabilità
civile, come gesto di cura, come possibilità di cambiamento.
Michela
Buonagura



